Leopardi, la Trap e il pregiudizio dell'Impegno

Esiste un pregiudizio diffuso, quasi un riflesso incondizionato, che colpisce la musica attuale. C’è una netta linea di demarcazione tracciata dai puristi: da una parte il “Rap Impegnato”, nobile e socialmente utile; dall’altra la nuova ondata urban, spesso etichettata come superficiale, rea di non occuparsi dei “grandi temi”.

Eppure, guardando oltre la superficie e le etichette, questa contrapposizione ha radici molto più antiche. Non è una questione di beat o di autotune, è lo stesso bivio filosofico che ha attraversato Giacomo Leopardi.

Il Rap Impegnato e l’illusione del Pessimismo Storico Link to heading

Il rap che si erge a portavoce delle masse, quello che punta il dito contro il sistema, ricalca perfettamente la prima fase del pensiero leopardiano: il Pessimismo Storico.

In questa visione, il malessere ha un colpevole esterno: la società, il contesto, la corruzione, il progresso che ha allontanato l’uomo dalla felicità originaria. Il “rapper impegnato” si fa carico di questo: diventa tribuno, denuncia il contesto sociale, cerca nemici visibili. È una posizione comoda, per certi versi. Permette a chi ascolta (e a chi critica) di sentirsi dalla parte del giusto, moralmente superiore. Ma c’è un rischio: farsi portavoce di un malessere collettivo può, alla lunga, diventare una posa. Si rischia di raccontare un dolore che non si vive più, trasformando la denuncia in retorica.

Madame: L’approdo al Pessimismo Cosmico Link to heading

Madame Wild

Dall’altra parte c’è un approccio diverso, spesso scambiato per disimpegno, ma che in realtà è solo disillusione. Artisti come Madame rappresentano l’evoluzione verso il Pessimismo Cosmico.

Qui non c’è più la società a fare da capro espiatorio. Come nel Leopardi maturo, la colpa non è del “sistema”, ma della Natura stessa. Madame canta di amori impossibili, di relazioni che potrebbero salvare l’uomo ma che falliscono, non per colpa delle circostanze esterne, ma per la natura stessa dell’animo umano, che è fatto di mancanze.

Parlare di come si ama oggi, raccontare le nevrosi, il vuoto e le dipendenze affettive, non significa ignorare il mondo. Significa accettare che la sofferenza è una condizione intrinseca all’esistere. La Natura (o il Fato, o l’Amore) è spesso matrigna: ci illude di poter essere completi e poi ci lascia soli.

Il dolore del singolo diventa universale Link to heading

Chi critica la musica attuale perché “parla solo di sé” ignora un passaggio fondamentale: l’universalità passa sempre attraverso il particolare. Il pessimismo storico cerca colpevoli; il pessimismo cosmico cerca verità.

È paradossalmente più potente l’artista che ha il coraggio di guardarsi dentro e dissezionare il proprio dolore, piuttosto che quello che si limita a descrivere il dolore del mondo da un pulpito. Raccontare il malessere dei singoli, senza filtri politici, è il modo più onesto per arrivare a tutti.

Perché alla fine, spogliati delle sovrastrutture sociali, resta l’uomo nudo di fronte alla sua natura. E lì, come canta Madame sintetizzando il concetto meglio di qualsiasi trattato:

“La musica mi insegna che io, io sono come gli altri”